Leggo e incollo:
La Rete è un dono del Cielo. Ho capito perché.
Nella mia oramai quotidiana esperienza di internet, che è diventata parte essenziale del mio lavoro e di un certo rilievo anche della mia vita personale, mi sto sempre più convincendo che la Rete sia un vero e proprio dono del Cielo per l'umanità, soprattutto nelle sue funzioni che per intenderci vanno sotto il nome di Web 2.0.
Provo a spiegare perché, prendendo spunto da una battuta di Renzo Arbore sentita ieri sera per caso, che sosteneva appunto che Internet è un dono di Dio.
Partirei dalla semplice considerazione che nella vita reale ognuno di noi si relaziona ad altri che sono individuati in base a circostanze occasionali e non scelte (la famiglia, il quartiere, la classe, la nazione, la lingua, il colore della pelle e così via) o a selezione basata su identità comuni in qualche modo scelte (passioni sportive, interessi sociali, appartenenze politiche o etniche, fedi religiose ecc.).
Bene, anzi... male: in effetti, a pensarci bene, sono proprio le appartenenze circoscritte a dar vita alla individuazione di una identità propria, distinta da una estranea, straniera, "diversa", che - nella loro esasperazione - hanno dato occasione di molte catastrofi sociali: conflitti, violenze, sopraffazioni, guerre, fra classi, fedi, tifoserie, bande e ogni altra forma di separazione netta fra "noi/me" e "gli altri".
Il Novecento, coni suoi Totalitarismi, ha dimostrato dove può portare l'esaltazione della identità di popolo, classe, nazione, etnia, religione e così via. Insomma: è la fonte di ogni violenza e l'origine di ogni guerra.
Qui in Rete però, e soprattutto nei social network, accade qualcosa che nella vita reale e nelle modalità tradizionali di relazione non può accadere: le identità si mescolano, si intrecciano, in modo imprevedibile e nemmeno controllabile.
Faccio qualche esempio, tratto sempre dalla mia esperienza.
Fra i miei amici su Fb c'è Giampaolo, che è tifoso della Roma, e Federico, che è tifoso dell'Inter. Quando capita perciò che Totti decide di rincorrere Balotelli per dargli un calcione o che Mourino avanzi sospetti sulla condotta sportiva della Roma, nei miei commenti (e - attenzione - prima ancora nei miei pensieri) io cercherò di dire quello che penso tenendo conto che sarà letto sia da Giampaolo, sia da Federico, alla cui amicizia tengo per motivi diversi ma ugualmente importanti, che magari con il calcio non c'entrano nulla. Dunque cercherò di essere equilibrato e rispettoso di entrambe le diverse presumibili visioni di calci, calcioni e arroganze.
Secondo esempio, in altro campo. Fra i miei amici ci sono Anna, che ama e conosce benissimo la musica barocca e Paola che potrebbe avere la cattedra universitaria di musica folk e rock. Bene. Quando mi capita di segnalare e linkare un brano che per me è "bellissimo", mi rendo conto che nella mia mente tengo conto di quello che ne potrebbe pensare Anna e contemporaneamente di quello che ne potrebbe pensare Paola, per cui né il Monteverdi di Philippe Jaroussky né la ballata di Nick Drake potranno essere capolavori assoluti in classifica unica, ma solo due straordinarie espressioni dello stesso genio musicale, per quanto diverse e lontane fra di loro (sempre non più di Sei Gradi, s'intende).
Terzo ed ultimo esempio, sempre tratto dall'esperienza, ovvio: sono amico, qui su Fb (attenzione: solo qui, per il momento), sia di Antonio sia di Azadeh. Antonio è di fede cattolica, Azadeh di fede musulmana. Amo i loro scritti, da cui imparo molto, e ci tengo alla loro amicizia qui perché mi consente di prolungare la lettura dei loro libri con domande dirette all'autore che nel mondo 1.0 non avrei avuto facilità a fare. Bene. Quando scrivo qualcosa o commento un post sulla questione dei crimini pedofili di alcuni preti cattolici, sono certo che oramai nella mente terrò presente la sensibilità di Antonio e il suo presumibile (o apertamente espresso) punto di vista sulla questione; quando invece mi capiterà di commentare un articolo sul "fondamentalismo islamico", cercherò di non offendere la fede di Azadeh che con la violenza e il fanatismo non ha nulla a che fare. Ci tengo all'amicizia e alla stima di entrambi, e inoltre so che potranno leggere le mie considerazioni e i commenti che i miei amici faranno: dunque cercherò di vedere e presentare le cose in modo che siano oggetto di discussione, ma non di contrapposizione o intollerante faziosità. Non voglio che mi cancellino dalle loro liste di amici e quindi dirò quello che penso (senza infingimenti, ovviamente) con moderazione e rispetto di ciascuno.
Non solo.
Qui accade anche che Azadeh legga quello che scrivo sul calcione di Totti, che Paola legga un commento sullo scandalo della pedofilia, e che Giampaolo ascolti un brano di Monteverdi, senza che questo derivi da interessi comuni di partenza.
Ecco il punto: qui le identità vengono smontate e ricostruite, le appartenenze sono fluide, le relazioni non sono determinate dal quartiere, dalla lingua, dalla regione, dalla fede o dal colore della sciarpa. Sono tante, molteplici e sovrapposte. Questo fatto, credo, implicitamente educa a vedere il mondo anche dallo "sguardo laterale" di chi è "con te" in chiesa, ma nell'altra curva allo stadio, accanto a te al concerto ma parla un'altra lingua, vota il tuo partito ma ascolta Radio Deejay e non Radio 3.
E tutto avviene contemporaneamente, sullo stesso piano, sulle stesse bacheche. Diverse sono solo le persone, tutte uniche e irripetibili nell'inestricabile intreccio delle loro identità multiple per interessi, passioni, valori, stili.
Insomma, voglio dire che qui abbiamo un'occasione unica, credo di poter dire, se non fosse troppo enfatico: imparare tutti a convivere con chi è diverso da noi in qualcosa, e simile a noi in qualcos'altro. Imparare a condividere le nostre differenze, e considerarle una ricchezza, come la presenza nelle nostre liste di amici di chi è della stessa nostra squadra del cuore ma ama altri generi musicali, o di chi parla la stessa nostra lingua ma è di religione diversa o non credente.
Se questo modo nuovo di comunicare e relazionarci diventasse il modello delle relazioni fra le persone e i popoli, credo che difficilmente i poteri totalitari di turno potrebbero riportare popoli e individui a sterminarsi reciprocamente solo per un diverso colore di divisa, di pelle o di bandiera.
"All we are saying is give peace a chance" cantavano quelli più anziani di noi un po' di anni fa. Ecco, ora credo che abbiamo uno strumento in più per realizzare questo sogno, un sogno che viviamo già se sappiamo riconoscerlo.
Tutto ciò che qui ho cercato di descrivere nel Mondo 1.0 non c'era e per questo penso davvero che il Web 2.0, se dovesse estendersi universalmente come di fatto sta accadendo, sia un dono del Cielo, o ... di Dio, secondo me e secondo Arbore... o dello spirito umano, secondo tanti altri amici che forse sono arrivati a leggere fino a qui. Comunque un'occasione straordinaria e senza precedenti per avere un futuro con meno conflitti, meno violenza, meno guerre, e più comprensione, più rispetto, più apertura all'altro e al diverso.
Perchè un blog didattico?
16 anni fa

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